Addio Maestro: la leggenda di Giovanni Galeone a Perugia

Dall'ottobre del 1995 al dicembre del 1996 la città fu colpita da una folgorazione e la squadra tornò in A dopo tre lustri mostrando il calcio più scintillante di sempre: dopo il suo avvento niente sarebbe stato più lo stesso

Fu una folgorazione. Allora giovane cronista del Messaggero al seguito del Perugia, il sottoscritto ne venne letteralmente travolto. L’allenatore che arriva in Spider decappottabile, foulard al vento, elegante, ribelle, sigaretta e capello fluente, le conferenze prepartita infarcite di letteratura, di citazioni altissime da Pasolini a Sartre, il vino migliore (Gaucci gli regalò una cassa di ricercatissimo Sassicaia), le belle donne, il progetto tattico trasformato in filosofia di vita, il calcio una forma di libertà intellettuale, il 4-3-3 espressione di estetica e coraggio ad esaltare le qualità tecniche dei giocatori, la bellezza come fine ultimo.

E la teoria poi regolarmente confermata sul campo: un terzino a spingere e un altro a chiudere, un centrale veloce a correre e l’altro a impostare, il play a ricamare e ricucire, una mezzala a inserirsi e l’altra a incantare, tagliare il campo con lanci anche di 60 metri per ali chiamate a loro volta a volare e dribblare, affondare e crossare con il piede forte, il centravanti a far sponda o segnare. I passaggi in orizzontale una blasfemia, una perdita di tempo, che “la porta si trova in verticale”.

La difesa? A zona, quando ancora quasi tutti giocavano a uomo. Il portiere? Un optional, come amava ripetere scherzando ma non troppo. L’obiettivo? Attaccare, attaccare per segnare un gol più dell’avversario. Come? Semplice, che il calcio è una cosa semplice: uno, due, tre passaggi in verticale e in velocità e il Perugia arrivava alla conclusione. In una partita contro una grande di serie A poteva capitare di tirare in porta anche 13-14 volte, come contro la Juventus in occasione della sconfitta più bella della storia biancorossa: 2-1 per Madama alla terza giornata e la gente che lasciava le tribune del Curi con gli occhi che brillavano e il sorriso stampato dopo avere assistito a una delle più belle partite di sempre. Roba da non crederci, per chi all’epoca del Grifo dei Miracoli era un bambino, era cresciuto a pane e Bearzot e vedeva nell’Italia dell’82, nalla difesa arcigna, in Romeo Benetti e nel contropiede della tradizione la massima espressione del calcio all’italiana. Roba da stropicciarsi gli occhi.

Giovanni Galeone arrivò a Perugia nell’ottobre del 1995 al posto di Giannattasio (a sua volta succeduto a Novellino) rilevando la squadra in fondo alla classifica della B, in crisi e sfiduciata da un rovescio per 4-0 ad Ancona. Partì con uno strabiliante 5-0 alla Lucchese. Da lì il Perugia fu protagonista di una cavalcata epica e travolgente, conclusa dal 3-2 al Verona nel giorno dello storico ritorno in Serie A dopo tre lustri. L’invenzione più bella Giunti regista tra Goretti ed Allegri, con Pagano e Briaschi a scorrazzare sulle fasce, Negri (18 reti) a buttarla dentro. Ma in quel Perugia indimenticabile c’erano anche Braglia, Atzori, Beghetto, Rocco, Cottini, Notaristefano, Daniele Russo, Suppa, Baldieri, Cornacchini. Fu festa grande, a Pian di Massiano Gattuso giocava in Primavera e distribuiva gavettoni, il centro storico venne inondato da orde di tifosi festanti, migliaia di perugini che celebravano il ritorno in A dopo tre lustri con le bandiere al vento e il cuore gonfio di felicità.

Sembrava di essere tornati al tempo del Grifo dei Miracoli, anzi. I tempi erano già cambiati ma quel Perugia, quel gioco, quel presidente e quell’allenatore facevano sognare davvero. In estate arrivarono Kocic, Albertone Di Chiara, Kreek, Manicone, Artistico, Matrecano, Gautieri, Pizzi, in rosa c’era anche un giovanissimo Riccardo Gaucci. Galeone scovò in Croazia e fece prendere un talento che portava il nome di Milan Rapajc (amava raccontare agli amici di avere individuato in Francia anni prima un giovane fenomeno, tale Zidane, ma non era riuscito a farselo prendere, così aveva dovuto dirottare sui croati, i brasiliani d’Europa come Sliskovic che aveva avuto a Pescara), insieme al nucleo storico della promozione venne plasmata una squadra stellare, presentata alla città addirittura in Corso Vannucci in pompa magna davanti a diecimila tifosi e che avrebbe giocato, manco a dirlo, un calcio scintillante. I primi a divertirsi, s’intende, erano i grifoni, per il Maestro pronti a gettarsi nel fuoco.

Ma se Galeone non ha mai avuto la chance di allenare una big e dunque le sue vittorie sono state le promozioni (quattro: due a Pescara, una a Udine e una a Perugia) il suo primato è stato un altro: essere amato in maniera totale, eccessiva. Tutto o niente, odi et amo. Divisivo al punto tale da suscitare la reazione di chi quell’amore per anni lo aveva avuto solo per sé: Luciano Gaucci.

Il rapporto si incrinò e iniziarono i guai. Già in estate Gauccione lo aveva cercato insistentemente al telefono ma il Gale era in barca, a pesca nel suo adorato mar di Sardegna, scollegato dal mondo. Al suo ritorno e dopo il ritiro a Roccaraso, Gaucci gli chiese di sorvegliare i giocatori ma la risposta (“Non faccio il guardiano delle mucche“) non contribuì certo a rasserenare gli animi. Un certo Vierchowod, lo Zar, se ne andò già a fine estate accusando Galeone di scarsa disciplina nel gruppo. Fu una escalation di episodi incredibili, mentre la città sbigottita si spaccava letteralmente in gaucciani e galeoniani. Un giorno il Profeta portò il suo cane Ziegler – un bellissimo Husky – in sala stampa, solo per pochi minuti.

Gaucci lo venne a sapere subito e apriti cielo, lo accusò di avere mancato di rispetto ai giornalisti. Minacciò il tecnico e Galeone per tutta risposta sbottò con la stampa. Il divorzio era alle porte. Prima del match di Bologna il 22 dicembre, con il Perugia a centroclassifica, Gaucci esonerò l’allenatore in seconda Maurizio Trombetta e fece terra bruciata attorno al tecnico, che fu costretto a schierare alcuni Primavera tra cui Gattuso al debutto. “Lo caccio anche se vince” dichiarò Gauccione ai giornali e così fece, esonerando il Gale dopo l’unico 0-0 della sua carriera o giù di lì, chiamando Nevio Scala e decretando così la fine di quel Perugia, impostato e innamorato del 4-3-3 e della filosofia del suo allenatore. Al punto da autodistruggersi e retrocedere.

“E’ stata la mia squadra più bella, saremmo arrivati quantomeno in Coppa Uefa”, ripeteva malinconicamente negli anni successivi. E quella squadra sarebbe rimasta il più grande rimpianto della carriera del Gale, che aveva smesso di allenare nel 2013. Dal 1996 ad oggi il non più giovane cronista di cui sopra ha continuato a chiamarlo, intervistarlo, interpellarlo come un oracolo, distillandone perle di saggezza e scampoli di letteratura, nutrendosi dei suoi racconti, beandosi della bellezza della filosofia cui è sempre rimasto fedele, dell’ammirazione per i galantuomini, lui galantuomo per eccellenza, dello stupore per il Calcio che cambia (era inorridito dalla costruzione dal basso), dell’amore per i figli che non ha mai avuto e rimpianto ogni anno di più, per gli allievi (Max Allegri, Giampaolo, Gasperini), per i rivali più stimati (Zeman), sempre con idealismo innato e intelletto raffinato, sempre fedele a sé stesso e alla sua visione, con qualche buon rimpianto per quello che poteva essere e non è stato, senza rendersi probabilmente conto di quanto la sua visione fosse più importante di Scudetti e Coppe.

Fino allo scorso 9 giugno, quando 84enne e da tempo malato è improvvisamente riapparso sbucando dal tunnel degli spogliatoi del Curi per la festa dei 120 anni del Perugia, venuto a prendersi il meritato applauso della Nord cui ha lasciato il suo epitaffio: “Un’emozione incredibile, non credevo di essere accolto in questa maniera. sapevo di avere lasciato un buon ricordo a Perugia ma un’accoglienza del genere è stata davvero una cosa troppo emozionante”. La certezza per lui che Perugia non lo ha mai dimenticato, per i tifosi che lui non ha mai dimenticato Perugia, che quel grande amore non è mai finito. A distanza di appena cinque mesi da quell’ovazione, il Maestro ci ha lasciato, riempiendo di dolore tra i tanti anche il cuore di quel non più giovane cronista. Ma la sua visione, la filosofia, la bellezza che ha inseguito e trasmesso anche a Perugia resteranno per sempre. Si sono soltanto trasformati in leggenda.

 

 

 

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Grifo
Grifo
4 mesi fa

Per i disadattati de Arezzo e terni che,anche giustamente per campanilismo,si stanno riprendendo le loro rivincite (ogni tanto capita anche a loro)…voi persone e allenatori e stagioni calcistiche di questo livello non le avete mai vissute..noi si.. grazie mister per quello che ci hai regalato ❤️🤍

GIORDANO
GIORDANO
4 mesi fa

GALE O GALE OO GALE GALE GALE GALE OOO

Nico
Nico
4 mesi fa

Grazie mister per il calcio che ci hai fatto vedere e gustare

Filippo
Filippo
4 mesi fa

Allenatore e uomo di altri tempi, riposa in pace mister

luca
luca
4 mesi fa

profonda tristezza, il calcio più bello che si possa vedere, periodo irripetibile, che la terra ti sia lieve e che tu possa da lassù brindare con un buon vino al tuo Grifo e atutte le tue squadre, ci mancherai

Gaucci 61
Gaucci 61
4 mesi fa
Reply to  luca

Troppo bello grazie Gale!!!!!!!!!!

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