Fabrizio Ravanelli, noto in tutto il mondo del calcio come Penna Bianca, ha ripercorso alcuni momenti significativi della sua carriera in una lunga intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport, toccando temi personali, professionali e legati alla sua esperienza con la Juventus e con Gianluca Vialli, compagno e amico scomparso nel 2023.
Il soprannome che lo rese celebre, come racconta lui stesso, nacque quando a soli 14 anni iniziarono a spuntargli i primi capelli bianchi: “All’altezza delle tempie”, ricorda. A 18 anni, i capelli erano completamente bianchi. Nessuna malattia, solo genetica: “È successo anche a mio padre”. Così, da giovane attaccante, ereditò il soprannome che fu di Bettega. Con il tempo, si trasformò in “Silver Fox” al Middlesbrough e in “Plume Blanche” al Marsiglia, dove fu accolto con uno striscione: “Sei il nostro sole”.
Il racconto prosegue con un ricordo vivido degli inizi a Mugnano, frazione del comune di Perugia: “Il mio villaggio, da lì sono partito. A 12 anni entrai nel settore giovanile del Perugia, all’epoca una società di vertice del calcio italiano. C’era stato il Perugia di Castagner, secondo classificato e imbattuto nell’anno dello scudetto della stella del Milan (nel 1979, ndr). E al Perugia era poi venuto Paolo Rossi. Facevo tanti gol e scalavo le gerarchie”.
Ravanelli ha poi condiviso l’emozione provata quando, ancora giovanissimo, entrò negli spogliatoi della Nazionale e incontrò Gianluca Vialli, il suo idolo: “Il Perugia non era più quello di prima, c’erano state le retrocessioni, eravamo in C1. Accadde che a dicembre la Nazionale giocò allo stadio Curi un’amichevole (Italia-Scozia 2-0, ndr) e, prima della partita, a noi ragazzi del Perugia venne permesso di entrare negli spogliatoi degli azzurri. Su uno dei lettini per i massaggi, di quelli che usavamo noi, trovai Gianluca Vialli, il mio idolo. Mi ispiravo a lui, mi piaceva come giocava e la grinta che ci metteva. Glielo dissi, e lui mi chiese: ‘Che numero di scarpe hai?’. Risposi che portavo il 43. ‘Anch’io!’, esclamò. Poi rovistò nella borsa, estrasse un paio di Asics e me le regalò. Le conservo gelosamente, quelle scarpe”.
Con Vialli, anni dopo, condivise la maglia bianconera e la stanza in ritiro, sotto la guida di Trapattoni. Proprio Vialli, in un gesto di grande generosità, chiese all’allenatore di far giocare Ravanelli al suo posto contro il Napoli: “Segnai, vincemmo 4-3 e da lì cambiò tutto. Gianluca era un leader vero, non soffriva la concorrenza”.
Il momento più alto con la Juventus arrivò nella finale di Champions League del 1996, contro l’Ajax. Ravanelli racconta così il suo gol, segnato quasi dalla linea di fondo: “Avevo studiato i difensori dell’Ajax. Sapevo che esageravano nel palleggio. Rubai il tempo tra de Boer e Van der Sar, calciai da una posizione impossibile e segnai. Tutto nacque dall’osservazione e dall’intuizione”.
Dopo il trionfo, però, la Juve decise di voltare pagina. Furono ceduti Vialli e lo stesso Ravanelli. “Mi sentii spiazzato. In poche ore ero al Middlesbrough. Forse, con noi in campo, quelle due finali di Champions successive non sarebbero finite con una sconfitta”.
L’esperienza all’estero lo portò anche all’Olympique Marsiglia, al Derby County e al Dundee, lasciando il segno ovunque: “A Marsiglia lasciai un pezzo di cuore. Quando tornai da dirigente, mi accolsero con una gigantografia di una mia azione contro il PSG”.
Parlando di calcio attuale, Ravanelli ha indicato in Francesco Pio Esposito dell’Inter un giovane in cui si rivede, per spirito di sacrificio e attitudine. Ma è in Mario Mandzukic che ha ritrovato la stessa sua voglia di lottare: “Mi identificavo in lui. Non mollava mai”.


