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Cosmi racconta il suo 2020: “La chiamata del Perugia il giorno più bello. La retrocessione, un dolore atroce”

L’uomo del Fiume ribadisce nuovamente la sua scelta: “Se il Grifo mi chiama mille volte, rispondo sempre di sì”. L’ex tecnico biancorosso racconta poi i suoi primi anni da grifone: “Mi sentivo l’allenatore della mia gente. Quando sono tornato le cose erano cambiate”

Dicembre è tempo di bilanci sull’anno appena trascorso. Per Serse Cosmi il Perugia riporta alla mente innanzitutto ricordi positivi. “L’unico momento bello di questo maledetto 2020 è stato quando mi hanno chiamato e firmato – ha affermato il tecnico a TMW Radioa gennaio mi sono sentito il padrone del mondo e nessuna squadra mi avrebbe fatto così felice”.

Ma il suo ritorno a Perugia non è stato come se lo sarebbe aspettato e la retrocessione è stata un fallimento da tifoso e da allenatore: “Ho visto tutto quello che sarebbe potuto succedere, ma non è successo. Non voglio sparare su nessuno, mi limito al dolore atroce, che mi porto ancora dentro, provato il giorno che è retrocesso anche se non ero più l’allenatore”. Cosmi però ha ribadito nuovamente la validità della sua scelta: “Se il Perugia mi chiama mille volte, ci torno mille volte. Non potrei mai dire di no a loro, in qualsiasi situazione e condizione. Ho sottovalutato certe situazioni e sbagliato altre valutazioni. Per come è finita non avrei voluto vivere l’esperienza, ma non rinnegherò mai la mia scelta”.

Cosmi ha commentato anche il suo primo Perugia, uno di quei in casi in cui “le cose hanno combaciato in maniera giusta”, di cui molti ventenni curiosi gli porgono domande: “Era un Grifo che vale la pena raccontare, una delle storie meravigliose del nostro calcio. La follia, ma anche la competenza di società e dirigenti hanno permesso che fosse possibile”. L’uomo del Fiume traccia un parallelo tra il suo ritorno a Perugia nella scorsa stagione e quello di Prandelli a Firenze in questa: “L’impatto sull’ambiente è fortissimo, ma si rischia di rimanere nelle suggestioni. Io rispetto alla prima volta ho trovato un altro mondo e penso anche lui. Allora ero andato sette anni prima a vedere la squadra a Foggia da tifoso e mi ritrovavo sulla panchina: mi sentivo l’allenatore della mia gente. Quando sono tornato ero convinto di esserlo ancora, ma in parte le cose erano cambiate. Non nei miei confronti, ma in generale”.

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