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Gibellini racconta la scoperta di Jorginho: “L’ho visto a tredici anni in Brasile. Faro dell’Italia, meglio di Pirlo”

Il ds ed ex centravanti biancorosso: “Il centrocampo, che forma insieme a Verratti, è tra i più forti degli ultimi anni della Nazionale. E’ il primo vero regista azzurro, un leader nato da quando era un ragazzo”

Da Imbituba (un comune di pescatori) al sogno azzurro. Un ragazzino che palleggia in mezzo al campo in Brasile. Un filmato che ricorda grandi giocatori compreso Diego Armando Maradona. Il protagonista di quelle riprese per promuovere la scuola calcio del luogo era Jorge Luiz Fregio Filho, che diventerà a tutti poi noto come Jorginho. Appena salito sul tetto d’Europa con il Chelsea alzando la Champions League è il faro dell’Italia in grado di illuminare e far brillare i propri compagni. Partito dal nulla, con il carattere europeo con un pizzico di napoletanità a scorrere nelle vene, è arrivato a vivere di quei sogni che aveva da bambino. Ce lo siamo fatti raccontare da Mauro Gibellini, il ds che lo ha scovato in Brasile per poi ritrovarlo in Italia e affiancarlo sempre nella sua ascesa. L’ex bomber, con un passato anche in biancorosso, ci ha svelato i retroscena del giocatore e dell’uomo.

Cominciamo dagli albori, si ricorda la prima volta che ha visto Jorginho?

“Era il 2004 e mi trovavo in Brasile, dove avevo creato una scuola calcio che poi ho lasciato. Lui aveva tredici anni e il giorno dopo sarebbe dovuto partire per andare al San Paolo. Abbiamo anticipato i tempi andando a parlare con la madre a casa sua a Imbituba, un piccolo comune di pescatori. Il nostro progetto aveva una funzione sociale perché dava un’opportunità a ragazzi per la maggior parte poveri. Spesso in Europa si perdono. Noi avevamo portato un allenatore italiano per insegnare i fondamentali a ragazzi molto istintivi. Volevamo insegnare loro la lingua, l’alimentazione, lo stile di vita e il professionismo. Jorginho era uno dei pochi che non aveva bisogno, nella testa era già un europeo con un pizzico di napoletanità. Un leader nato”.

Cosa l’ha colpita di lui?

“A tredici anni era esattamente come lo vedete ora. Ha innato il senso del gioco, che poi ha migliorato con l’esperienza. Ma già quando vedevamo le partitelle si notava la propensione all’organizzazione del gioco”.

Lei è stato da sempre un grande sostenitore di Jorginho, anche quando in pochi sembravano condividere questa visione.

“Credo che i grandi giocatori si scoprono da soli. La dimostrazione è stata vederlo giocare sempre con naturalezza senza soffrire il salto di categoria. Io per lui sono stato solo un facilitatore. L’ho ritrovato nel settore giovanile a Verona, l’ho mandato in prestito alla Sambonifacese e l’ho ripreso per farlo giocare in B. Gli ho fatto fare il passaporto per la doppia cittadinanza, ho chiamato i responsabili della Nazionale e gli ho dato una piccola spinta. La sua bravura e il suo successo li deve solo a sé. Da opinionista l’ho sostenuto sempre quando giocava nel centrocampo a due di Benitez e quando dicevano che Verratti fosse più bravo di lui come regista. Quando poi è arrivato Sarri a Napoli ha mostrato davvero chi era, diventando il secondo in Europa per passaggi riusciti”.

Si aspettava che potesse arrivare a vincere la Champions ed essere un protagonista con l’Italia?

“Ho sempre creduto di avere difronte un grande giocatore e dico ancora oggi che è il regista più forte in Italia. Pirlo aveva più mezzi tecnici, ma era meno regista. A livello di chiarezza di idee e abilità nel giostrare il gioco non ha eguali. Dirò di più: nel suo ruolo è il regista italiano più bravo nella storia, forse il primo nel vero senso del termine. Poi vincere la Champions dipende da tanti fattori e avere Kante e altri grandi giocatori vicino è una fortuna. La gente si aspetta grandi giocate da lui, ma sbaglia. Lui ha un ruolo preparatorio all’azione, effettua passaggi finalizzati a trovare lo sbocco”.

C’è un momento in particolare in cui ha capito che Jorginho poteva diventare un grande giocatore?

“Mi ha colpito da sempre la sua intelligenza e la sua furbizia. Vi racconto un aneddoto. Per pubblicizzare la scuola calcio in Brasile usarono le riprese di Jorginho che palleggiava come fanno i grandi calciatori”.

Quanto è importante per l’Italia?

“E’ il giocatore chiave della squadra. Senza lui, la qualità cala. Mancini lo ha compreso subito, chi è stato un giocatore forte capisce subito chi sta allenando”

Con Jorginho il centrocampo è uno dei più qualitativi degli ultimi anni?

“Senza dubbio, anche perché abbiamo grandi ricambi. Come qualità penso sia più forte di quello del 2006. Io ho sempre sostenuto che Verratti e Jorginho potessero giocare insieme. Mancini lo ha fatto e sono uno spettacolo”.

Dove può arrivare quest’Italia?

“La Francia è la squadra più forte e potente. E’ fuori categoria. Anche il Belgio è una squadra con grande qualità, con qualche carenza in difesa. Penso che ce la possiamo giocare con Germania, Spagna e le altre. Se l’Italia mantiene questo livello di gioco, può arrivare anche in finale”

Nella sua carriera ha avuto rapporti lavorativi con altri giocatori della Nazionale?

“Ho iniziato a fare il vice direttore a Padova, dove ho vinto l’ultimo campionato da calciatore. Racconto per la prima volta una storia: ho visto Del Piero quando giocava a San Vendemiano. Sono rimasto innamorato e l’ho portato in biancoscudato. Il primo anno non lo volevano riscattare e siamo intervenuti per farlo fare. Sarebbe stata una pazzia”.

 

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